Lusofoniamo: la scrittura come resistenza, Graciliano Ramos
Tra le voci più intense e asciutte della letteratura brasiliana del Novecento, Graciliano Ramos occupa un posto d’onore. Nasce nel 1892 a Quebrângulo, nello stato di Alagoas, nel cuore del Nordeste brasiliano, e cresce in una famiglia numerosa segnata dalla durezza della siccità, della povertà e dell’isolamento tipico del sertão.
L’infanzia arida diventa però fonte viva della sua scrittura. Ramos appartiene alla seconda fase del Modernismo brasiliano, molto attenta al realismo sociale e all’analisi psicologica. La sua prosa è secca come il sertão, priva di ornamenti e ghirigori. Ogni parola è ben pesata e non viene a caso.
Sin da subito si dedica al giornalismo, e quando rientra ad Alagoas si candida e diviene primo cittadino di Palmeira dos Índios. I suoi rapporti amministrativi, scritti con una precisione certosina quasi letteraria, attirano l’attenzione degli ambienti culturali di Rio de Janeiro.
Esordisce con Caetés (1933), ma è con São Bernardo che palesa tutto il suo potenziale narrativo. Il protagonista, Paulo Honório, è un proprietario terriero che racconta la propria ascesa economica, il fallimento umano del suo matrimonio, la rovina della sua vita. Il tono della secca confessione è molto diretto, oserei dire brutale.
Estraguei a minha vida, estraguei-a estupidamente.
È crudo esempio della tradizione poetica di Ramos: niente abbellimenti, solo coscienza nuda.
Nel 1936 pubblica Angústia, forse il suo romanzo più introspettivo e tormentato. La trama segue il flusso di coscienza del protagonista, Luís da Silva, schiacciato dal peso della frustrazione sociale e da mille ossessioni. È un testo che scava nella psicologia umana con una tensione marcata da nuances claustrofobiche. Il suo capolavoro è però Vidas Secas (1938), romanzo che racconta la storia di una famiglia di retirantes – migranti a causa della siccità e delle misere condizioni di vita – costretti a spostarsi in lungo e in largo nel sertão e verso sud in cerca di una via di sopravvivenza in un mondo di desolazione. I personaggi centellinano le parole, spesso non sanno esprimere e non trovano i mezzi per esternare ciò che sentono. L’aridità della lingua riflette quella del paesaggio. Indimenticabile è la figura della cagnetta Baleia e il modo, così sorprendentemente delicato, in cui le viene data voce.
Ramos non dedica la sua vita solo alla letteratura. Nel 1936 infatti viene arrestato per mano del regime dittatoriale dell’Estado Novo con l’accusa di manifestare simpatie comuniste. Trascorre quasi un anno in carcere senza processo. Quell’esperienza negativa getta i semi per il potente memoriale intitolato Memórias do Cárcere, pubblicato postumo, testimonianza lucida e priva di retorica della repressione politica di quei tempi.
Le opere di Graciliano Ramos ottengono ampi riconoscimenti nazionali e internazionali. Vidas Secas, (Vite Secche, pubblicato nel 2023 da Robin Edizioni) riceve il premio dalla Fundação William Faulkner, contribuendo a diffondere la sua fama. Diverse sue opere sono state tradotte in numerose lingue, tra cui l’italiano, e adattate per il cinema come il film Memórias do Cárcere diretto da Nelson Pereira dos Santos.
Perché leggere Graciliano Ramos oggi? Perché ci confronteremmo con un tipo di scrittura senza troppi convenevoli, che non consola. Non c’è sentimentalismo, ma pietà, una severa e realista. I suoi personaggi non sono eroi: sono uomini e donne reali schiacciati dalle circostanze, dalle proprie origini e spesso incapaci di dare un nome ai propri disagi, al dolore che li accomuna. Si percepisce la continua ricerca di un flebile equilibrio, ed è qui che sta la grandezza di Ramos: l’innata capacità di trasformare il silenzio in voce, l’aridità in letteratura.