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Dai dragomanni a ChatGPT: un excursus sull’arte di tradurre nella storia dell’occidente

Nel mondo antico la funzione del traduttore, o meglio dell’interprete, era finalizzata alla comprensione tra interlocutori. Ancora oggi nel pensiero comune si intende per traduttore una persona che conosce più lingue e si comporta come un vocabolario vivente, ad uso e consumo di chi ne ha bisogno.

Addirittura si è sentita la necessità di specificare la mansione affiancando al termine “traduzione” la parola “localizzazione”, come se l’atto di tradurre in sé non passasse necessariamente da una trasposizione culturale.

Ma lasciamo per la fine dell’articolo le considerazioni odierne, e osserviamo come invece si siano evolute nel corso della storia occidentale, accompagnando i cambiamenti sociali e culturali dei popoli.

È alla civiltà romana che dobbiamo le prime riflessioni sulla traduzione, quando tradurre diventa un importante strumento di accoglienza, trasformazione e assimilazione del modello ellenico, dal quale l’antica Roma attinge a piene mani.

Così ringraziamo Cicerone che, con i suoi primi ragionamenti sulla traduzione, pone le basi per le diatribe appassionate degli adepti, che ancora ai giorni nostri discutono su come sia meglio tradurre. 

“Il testo d’arrivo deve persuadere, dilettare, commuovere i suoi ascoltatori”, con buona pace della corretta interpretazione del testo di partenza. Un po’ come la traduzione dei titoli dei film, dove “The eternal sunshine of the spotless mind” diventa “Se mi lasci ti cancello”.

Ma le battaglie più grandi si sono giocate sul campo del sacro in contrapposizione al profano, nella traduzione dei testi sacri e in particolare la Bibbia.

Per togliersi d’impiccio le esigenze di una sempre più numerosa comunità ebraica di lingua greca, in quel di Alessandria, fu il faraone Tolomeo II, nel III sec. a.C., a commissionare la prima traduzione del libro sacro. Affidando l’incarico a settantadue dotti e teologi che si impegnarono in una traduzione letterale e diedero vita a un testo considerato ancora oggi ufficiale dalla Chiesa greco-ortodossa.

L’ampia diffusione della lingua latina portò a nuove traduzioni, perlopiù frammentarie, fatte sempre sulla base dei testi dei Settanta. Fu così che nel IV sec. d.C. papa Damaso I affidò al nostro Gerolamo una nuova traduzione del testo sacro, perché fosse unica e completa. 

Il nostro amico, che nutriva delle perplessità circa le traduzioni dei Settanta, decise di risalire alla fonte e tradurre dall’ebraico. Il suo lavoro “biblico” gli costò 15 anni di fatiche, un’accusa di eresia e il titolo di Santo patrono dei traduttori.

Per difendersi dall’accusa di eresia, Gerolamo giustifica le sue scelte traduttive distinguendo tra due modi di tradurre: una a senso e l’altro letterale. Il secondo riservato ai testi sacri, perché qui “anche l’ordine delle parole racchiude un mistero” – e come dargli torto?

Durante il corso del Medioevo vediamo la nascita e l’affermazione delle lingue volgari, e di conseguenza aumentano le teorizzazioni sull’arte del tradurre in volgare e progressivamente muta la concezione del traduttore.

Ringraziamo ora la Riforma protestante con i suoi massimi esponenti, Erasmo e, soprattutto, Lutero che con le loro traduzioni abbandonano definitivamente la versione letterale, ma cercano di rendere lo spirito profondo del testo in modo che sia intelligibile per la gente comune.

Tuttavia è Leonardo Bruni che, intorno al 1400, enuncia alcuni principi fondamentali della traduzione che possiamo ritenere, in buona parte, validi ancora oggi:

  • la padronanza della lingua di partenza e quella di arrivo;
  • l’eleganza e il senso del ritmo;
  • l’arduo compito di riprodurre lo stile dell’autore

Passando per la “bella e infedele”, pratica traduttiva tipica del Classicismo francese, quando il traduttore veniva additato come “falsificatore di opere originali”, saltiamo al periodo romantico in cui di nuovo la traduzione si concepisce quale evento fondante dell’identità nazionale, soprattutto nella Germania di inizio ‘800.

In questo periodo le riflessioni a mio avviso più significative vanno attribuite a Friedrich Schleiermacher il quale, a partire dalla difficoltà ineludibile della comunicazione umana, propone la distinzione tra interpretare e tradurre.

L’interprete […] assolve il suo compito nell’ambito dell’attività quotidiana, mentre il traduttore lo assolve in quello della scienza dell’arte”.

Vi siete emozionati? Io sì, lo ammetto.

E qui ci sarebbe da scrivere un articolo a parte per rendergli giustizia, ma siamo già a 676 parole, perciò andiamo avanti con l’accetta.

Accennerò soltanto alla sua concezione del rapporto tra lingua e parlante, secondo cui la prima condiziona la visione del mondo del secondo, mentre il secondo agisce sulla prima modificandola. E ai due metodi che propone: la parafrasi, che avvicina il testo all’autore, e il rifacimento, che avvicina il testo al lettore.

Le teorie di Goethe, Schleiermacher e Humboldt vengono riprese e rielaborate per tutto l’inizio del Novecento, in cui ci si interroga sulla traducibilità e sul mantenimento dell’estraneità di un testo, sulla traduzione come scienza o come arte e sulla teorizzazione dei processi traduttivi.

Vi ho risvegliato brutti ricordi di esami universitari sulla traduzione?

Concludiamo allora il nostro excursus negli anni Settanta, quando, con la nascita dei Translation Studies, un nuovo orientamento prende le distanze dalla contrapposizione tra quelli che fino ad allora furono i due principali filoni di ricerca: gli studi prettamente di stampo letterario e gli studi linguistici di stampo scientifico.

Questo moderno approccio interdisciplinare  mostra come le traduzioni siano profondamente legate a sistemi culturali, politici, storici ed economici. E pone la figura del traduttore come mediatore sia tra culture che tra diverse tradizioni storiche. 

Così, per agganciare il dibattito odierno, possiamo ben capire perché, no, non è lo stesso se “lo faccio con ChatGPT” e no, l’IA non ci ruberà il lavoro.

Che non bastasse sapere una lingua per essere traduttori l’avevano già capito nel Medioevo, purtroppo è ancora attuale la necessità di ribadirlo. 

 

Sarah Sottile

 

L’articolo si ispira al libro “L’arte dei dragomanni. Laboratorio di traduzione dall’inglese.” di Daniele Borgogni, Ilaria Rizzato e Nadia Sanità – ed. Libreria Stampatori

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