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Lusofoniamo: la scrittura che sussurra di Lygia Fagundes Telles

Ci sono scrittori e scrittrici che narrano storie. E poi ci sono autrici che raccontano angoli nascosti e impercettibili, ciò che sfugge alle storie stesse: i silenzi, le crepe, le esitazioni. Lygia Fagundes Telles appartiene decisamente a questa seconda categoria.

Nasce a São Paulo nel 1923, cresce in città diverse, osservando il mondo con uno sguardo già molto attento alle sfumature. Scrive fin da giovanissima – pubblica il primo libro a soli quindici anni e amici, del calibro di Carlos Drummond de Andrade ed Erico Verissimo, alimentano la sua passione – ma parallelamente vuole mantenere la testa ben salda sulle spalle e sceglie un percorso più concreto, laureandosi in diritto. Questa dualità formativa, che oscilla tra rigore e immaginazione, si riflette fisiologicamente nella scrittura, che si può definire tanto precisa e controllata quanto profondamente inquieta. Nel corso della sua lunga e prolifica carriera si aggiudica il titolo di figura centrale della letteratura brasiliana del Novecento. È infatti una tra le prime donne a entrare all’Academia brasileira de Letras (1985), riconoscimento che consacra la sua voce tra le più importanti della lingua portoghese. Ma al di là di tutto, ciò che colpisce davvero è il modo in cui Lygia scrive.

Le sue storie raramente seguono un percorso lineare. In romanzi come As Meninas (1973) o Ciranda de Pedra (1954), opera in cui l’autrice raggiunge una certa maturità artistica, e ancora di più nei racconti – il suo terreno di gioco preferito – la realtà sembra essere leggermente distaccata, protetta, come osservata attraverso un vetro opaco che ha perso la sua trasparenza. I personaggi si muovono in un equilibrio instabile tra presente e memoria, tra ciò che accade e ciò che viene percepito. In As Meninas, ad esempio, tre giovani donne raccontano, ciascuna con la propria voce, un Brasile attraversato dalla dittatura militare. Ma la Storia, proprio quella con la S maiuscola, non è mai riportata a seguito di un confronto frontale: emerge nei dettagli, nelle tensioni, nei non detti. È una presenza costante ma sfuggente, proprio come accade nella vita reale. E forse è qui che sta il cuore della sua scrittura: Lygia Fagundes Telles non spiega, non chiarisce, non conclude. Suggerisce. Nonostante la scrittura dai contorni indefiniti, Lygia non dimentica di considerare il contesto storico in cui vive. Durante la dittatura militare, partecipa attivamente alla vita culturale e civile del Paese: nel 1976 è tra gli intellettuali che firmano il cosiddetto Manifesto dos Mil contro la censura. Tale impegno si riflette nei suoi testi, dove la tensione politica emerge spesso in modo indiretto, filtrata attraverso le vite dei personaggi. Nel tempo i riconoscimenti si moltiplicano: premio Jabuti (Verão no Aquário, A Disciplina do Amor, A Noite Escura e Mais Eu, Invenção e Memória)premi internazionali come il Grand Prix féminin de littérature étrangère di Cannes, fino al Premio Camões nel 2005, il più importante per la letteratura in lingua portoghese.  Eppure, nonostante una vita così piena e pubblica, – Lygia muore il 3 aprile 2022 all’età di 103 anni – il suo stile resta profondamente intimo. Ambiguità, pause, silenzi carichi di significato sono gli ingredienti principali dei suoi testi. Il lettore non riceve risposte nette, ma viene invitato a sostare nel dubbio, nel limbo tra il bianco e il nero. E in quello spazio incerto, qualcosa accade: la storia si completa, come per magica intuizione, dentro chi legge. Per chi traduce, ciò rappresenta una sfida affascinante. Credo che tradurre Lygia non sia semplicemente trasporre parole da una lingua all’altra, ma tentare di ricreare un’atmosfera, mantenere intatto quel fragile equilibrio tra ciò che viene detto e ciò che resta sospeso nell’aere. È una scrittura che richiede ascolto, più che interpretazione. 

Ed è forse proprio per questo che, ancora oggi, leggere le sue parole è un’esperienza potente. Perché in un mondo che tende a dire tutto, a spiegare tutto, a rendere tutto immediatamente chiaro e superficiale, la sua voce continua a ricordarci il valore dell’ambiguità e delle sfumature.

“Não entendo. Nunca entendi nada.”

Lygia Fagundes Telles, As Meninas

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