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Lusofoniamo: il Natale di Mia Couto

A dicembre il mondo sembra trattenere il respiro, come se la realtà gli concedesse una pausa, un ultimo momento per pensare…immaginare il nuovo anno.

Ma in un dicembre dalle temperature tropicali, il sole accarezza ancora le fronde degli alberi e non esiste il gelo; il Natale appare come un miraggio “straniero”, una leggenda importata che predomina anche nella terra natia di Mia Couto: il Mozambico. 

Mia Couto – vero nome António Emílio Leite Couto – nasce il 5 luglio 1955 nella città di Beira.

Intraprende gli studi di Medicina, ma dopo l’indipendenza del Mozambico si dedica al giornalismo: è direttore dell’Agenzia d’Informazione del Mozambico (AIM), della rivista Tempo e del giornale Notícias. Nel 1985 decide di studiare Biologia, conducendo progetti di ricerca sulla gestione delle coste e sulla preservazione delle tradizioni locali. Mia Couto scrittore è noto per lo stile letterario estremamente originale: la sua lingua è ricca di neologismi, immagini e un forte radicamento nella natura e nelle storie africane, che gli permettono di creare mondi poetici e profondi. Tra le sue opere più importanti cito Terra Sonâmbula (1992), il romanzo storia di guerra e memoria in Mozambico; O Último Voo do Flamingo (2000) in cui intreccia miti africani, guerra civile e crisi ambientali; Cada Homem é uma Raça (1999) raccolta di racconti che esplora identità e marginalità; Venenos de Deus, Remédios do Diabo (1999), romanzo sulle superstizioni e la religiosità popolare e Mulheres de Cinza (2014), storie di vita, memoria e femminilità. Riceve numerosi riconoscimenti, tra cui il premio Camões (2013), il premio Vergílio Ferreira, il premio União Latina e il Neustadt International Prize for Literature.

Oltre al suo talento sopra le righe, mi ha molto colpito un articolo del blog AfriCoPoética, intitolato Mia Couto “um outro pai natal”, che racconta dell’incontro illuminante, durante una visita in Svezia, tra l’autore e un signore di origini lapponi, scrittore e cantore appartenente al popolo Sámi. L’uomo, avvolto nei suoi abiti tradizionali, gli parla nella propria lingua e, con grande orgoglio, gli spiega che sta lottando per preservarla, affinché non scompaia. Couto rimane colpito: quell’uomo dell’estremo nord, con la barba e l’aspetto da “altro Pai Natal”, gli sembra improvvisamente familiare. I due scoprono di condividere qualcosa di profondo: la consapevolezza di appartenere a una cultura la cui lingua è fragile, minacciata, eppure viva. Nell’ universo di Couto, il Pai Natal, il Babbo Natale panciuto, dalla barba bianca, vestito di rosso e con la slitta trainata dalle renne, era una figura “straniera”, nettamente distante dall’habitat delle antilopi africane, ma l’incontro diventa per l’autore un momento di grande rivelazione. Lui, africano lusofono, e quel lappone dall’estetica natalizia, provenienti da universi apparentemente opposti, sono in realtà “parenti” nella stessa lotta: la difesa della propria identità linguistica contro l’omologazione.

Il Natale non è solo un simbolo importato o un’immagine consumistica, ma può diventare un luogo di riconoscimento reciproco, un punto d’incontro tra differenze che si rivelano profondamente affini. 

Si spoglia delle sue vesti di festa commerciale e diventa un rito di riconoscimento e fratellanza tra culture lontane, un invito a leggere, comprendere e trasmettere non solo parole, ma mondi interi, culture e magari anche piccoli miracoli quotidiani!

 

“Quem viveu pregado a um só chão não sabe sonhar outros lugares.”

Mia Couto, Jesusalém

“Chi ha vissuto inchiodato in un unico posto, non sa sognare altri luoghi.”

Traduzione mia

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