Estratto dal primo capitolo

Al mio ritorno dall’Île Bourbon (ero in una situazione piuttosto precaria), sollecitai e ottenni un posto di poco conto nell’amministrazione postale. Fui mandato nella provincia sperduta, in una cittadina di cui tacerò il nome per ragioni che potrete facilmente comprendere.

L’arrivo di una nuova figura rappresenta un avvenimento in una cittadina e, benché il mio impiego fosse dei meno importanti, per alcuni giorni fui l’oggetto più eccitante per la pubblica curiosità e il tema più in voga nelle conversazioni private, secondo in questo soltanto a una foca viva e a due boa constrictor messi in bella mostra sulla piazza del mercato.

Lo stupido ozio di cui ero vittima mi confinò in casa per tutta la prima settimana. Ero molto giovane e la scarsa cura che fino a quel momento, per via del mio carattere, avevo riservato agli importanti principi del vestiario e dell’aspetto, iniziava ora a manifestarsi sotto forma di rimorso.

Dopo un soggiorno di alcuni anni nelle colonie, il mio vestimento risentiva visibilmente dello stato di deplorevole inerzia nel quale lo aveva lasciato il progresso del secolo.

Il mio cappello alla Bolivar, i miei favoriti alla Bergami e il mio mantello alla Quiroga erano indietro di parecchi lustri, e il resto della mia tenuta aveva un tocco esotico che cominciava a farmi arrossire.

È pur vero che, nella solitudine dei campi, nell’anonimato di una grande città o nel turbine della vita errabonda, avrei potuto vivere ancora a lungo senza sospettare di quanto fosse sventurata la mia situazione.

Ma una sola, arrischiata passeggiata sulle mura cittadine mi fu in tal senso tristemente illuminante.

Non avevo fatto nemmeno dieci passi fuori dalla soglia di casa quando ricevetti dei provvidenziali ammonimenti circa il mio abito sconveniente.

Dapprima una graziosa sartina mi lanciò uno sguardo ironico e disse alla sua compagna, passandomi accanto: «Questo signore ha una cravatta con il nodo malfatto». Poi un operaio, che stimavo essere nel commercio del feltro, disse con tono beffardo, posando i pugni sui fianchi fasciati da un grembiule di cuoio: «Se quel signore si degnasse di prestarmi il suo cappello, ne farei confezionare uno della stessa foggia, per travestirmi da roast-beef il giorno di carnevale». In quella, un’elegante signora, sporgendosi alla finestra, mormorò: «Peccato che abbia un gilet tutto stropicciato e la barba così malfatta». Ecco poi un bell’ingegno del posto dirmi, mordendosi il labbro: «Si direbbe che il padre di questo signore sia un uomo potente, lo si vede dalla larghezza del suo abito.» Per farla breve, fui costretto a tornarmene indietro, ben lieto di sottrarmi alle vessazioni di una dozzina di brutti mascalzoni che mi urlavano dietro con quanta voce avevano: «Abbasso l’inglesaccio! Abbasso il milord! Abbasso lo straniero!»

Profondamente umiliato da questa disavventura, decisi di rinchiudermi in casa fino a quando il sarto del capoluogo non mi avesse fatto pervenire un completo all’ultima moda. Il buon uomo non si risparmiò affatto e mi confezionò degli abiti talmente attillati e frivoli che pensavo di morire dal dolore nel vedermi ridotto alle mie più elementari sembianze, in tutto e per tutto simile a quelle caricature di parigini vanitosi e di Incredibili che solo l’anno prima ci facevano sbellicare dalle risate sull’Isola Mauritius.

Mi era impossibile convincermi di non essere cento volte più ridicolo con questo abito che con quello di cui mi ero appena liberato e non sapevo che partito prendere, avendo solennemente promesso all’ostessa (la moglie del più importante notaio del distretto) di condurla al ballo e di concederle la prima e forse l’unica contraddanza che il suo fascino le dava il diritto di reclamare. Seppur incerto, vergognoso e tremante, mi decisi a scendere da lei e a chiedere a quella rispettabile signora la sua impietosa e sincera opinione su di me. Presi una torcia e mi arrischiai fino alla porta del suo appartamento, per poi bloccarmi, tremante e disperato, non appena udii levarsi da quel covo un rumore confuso, di voci fresche e acute, risa stridule e ingenue, che annunciavano la presenza di cinque o sei signorine del posto. Fui sul punto di tornare sui miei passi: espormi al giudizio di tal malizioso consesso, abbigliato in modo a mio avviso oltremodo azzardato, era un atto eroico del quale pochi giovani in mia vece sarebbero stati capaci.

La mia forza di volontà ebbe infine il sopravvento. Chiedendomi se avessi forse letto Locke e Condillac invano, spinsi con mano decisa la porta ed entrai, incalzato da una disperata risolutezza. Ho visto da vicino cose orribili, ve lo garantisco: ho attraversato mari e tempeste, sono sfuggito agli artigli di una tigre nel regno di Giava e alle fauci di un coccodrillo nella baia di Tunisi, ho visto in faccia le fauci spalancate delle corvette pirata, ho mangiato dei biscotti di mare che mi hanno bucato le gengive, ho baciato la figlia del re di Timor. Eppure, vi giuro, tutto questo era nulla in confronto al dover entrare in quell’appartamento. Mai in vita mia raccolsi come quel giorno il frutto glorioso della mia educazione filosofica.

Le signorine erano sedute in cerchio. Mentre aspettavano che la moglie del notaio terminasse di intrecciarsi una sottile ghirlanda di peonie fra i neri capelli, quelle graziose figlie della natura si scambiavano discorsi allegri e canzoni innocenti. La mia comparsa inaspettata paralizzò lo slancio di quell’incantevole gioia. Il silenzio distese le sue ali di gufo sul loro biondo capo e tutti gli occhi si fissarono su di me con un’espressione di dubbio, diffidenza e paura.

Poi, di colpo, un grido di sorpresa sfuggì dal petto della più giovane e il mio nome volò di bocca in bocca come la bordata di una fregata in assetto da guerra.

Mi si gelò il sangue nelle vene e per poco non mi diedi alla fuga come un brigantino che, convinto di aver attaccato un caccia-marea, intravvede col binocolo un bel tre-alberi e apre con indolenza i portelli di carico per farlo entrare.

Ma con mio grande stupore la moglie del mio ospite, lasciando metà boccoli sinistramente increspati, mentre l’altra metà giaceva ancora sotto la cartina grigia arricciacapelli, venne verso di me gridando: «È il nostro giovanotto! È il nostro povero Georges! Ah, mio Dio, che metamorfosi! Come è ben messo! Che bell’aspetto! Che taglio d’abito elegante e moderno! Ah! Signorine mie, guardate! Guardate com’è cambiato Georges, che aria distinta che ha. Le farete danzare tutte queste signorine, signor Georges, ma dopo di me! Mi avete costretta a promettervi il primo ballo, ricordate?»

Le signorine rimanevano in silenzio e io dubitavo ancora del mio trionfo.

Raccolsi il poco coraggio rimastomi per chiedere timidamente cosa ne pensassero del mio abito e subito si levò attorno a me un puro e melodioso coro di lodi che alle mie orecchie suonava come un canto celeste.

Non si era mai visto niente di meglio, nemmeno una piega da criticare! Il colletto rigido e voluminoso era di gusto sopraffino, le baschine corte e arcuate avevano una grazia perfetta, il panciotto decorato con giganteschi rosoni era d’ineguagliabile magnificenza; la cravatta rigida, annodata con rigore metodico, era un capolavoro di creazione, il polsino e il superbo davantino coronavano l’opera. […]

Fine estratto

Acquista il libro su Youcanprint

Acquista il libro su Amazon

 

La traduttrice – Ilaria Biondi

Mi chiamo Ilaria e sono nata quarantadue anni fa sotto il segno dell’Acquario (con i piedi sulle nuvole, permalosa, un pizzico folle, solare ed estroversa ma, al contempo, gelosa dei miei spazi di solitudine e silenzio e dei miei momenti di ritrosia).
Ho una formazione linguistico-letteraria (Laurea in Lingue e Letterature Straniere e Dottorato di Ricerca in Letterature Comparate) e la Francia è stata per un lungo periodo la mia seconda casa (ora non più, ma lo è nel mio cuore).
Lavorativamente parlando sono precaria e il mio gagnepain non ha nulla a che fare con la mia formazione e le mie passioni (lettura, scrittura, traduzione, insegnamento), tuttavia le coltivo da sempre, e con tenacia, annaffiandole ogni giorno con i miei sogni, esponendole al calore del mio entusiasmo, concimandole con la voglia di fare e l’impegno costante.
Quanto alla traduzione, mi sono occupata (e continuo a farlo, sebbene in modo mio malgrado discontinuo) di critica della traduzione, partendo da una prospettiva comparatistica per poi approdare agli studi sul transfert.
Non ho pubblicazioni attive di testi di narrativa, pur avendo alcune traduzioni di racconti e testi brevi chiuse nel cassetto (insieme ad altre scartoffie).
Forse un giorno – come la protagonista del romanzo di Rabih Alameddine – mi deciderò a farle uscire di lì, a svuotare gli scatoloni di cartone e ad appendere i fogli ai fili del bucato per far prendere loro aria, per farli volare.
Nel frattempo, continuo a studiare, a leggere, a ricercare, ad approfondire, a riempire pagine, diari, quaderni, fogli virtuali. A circondarmi e avvolgermi di parole.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: